Roma. Via del Commercio. Una via buia, deserta, a pochi passi dalla stazione Ostiense e da Piramide. Le strade sono poco trafficate, soltanto qualche coppietta, qualche ubriaco, qualche turista smarrito.
Alle 21,33 arriviamo al n. 36: un cancello che si affaccia su un cortiletto ghiaiottoloso. Pochi ragazzi fuori a fumarsi una sigaretta, una transenna fa intuire quale sia l'entrata. All'interno quasi buio, corridoi che si aprono in ampie stanze, la centrale con divani circolari, sulla sinistra una specie di auditorium: un lungo rettangolo con il palco su uno dei lati più corti. Già decine di persone vi si affollano davanti, l'aria è pesante. Dalla parte opposta un palchetto di legno con qualche scalino, il bar, e lo stand ufficiale della band.
Entra sempre più gente, non facciamo in tempo a posizionarci il più vicino possibile al palco, che è comunque abbastanza lontano da non vedere molto oltre le teste delle persone subito di fronte a noi, che la band entra, 21,45 spaccate. La folla si compatta, si restringe, si appiccica, si attacca al palco, in preda ad un'eccitazione sorda, ma palpabile. Tutto tranquillo, nessun movimento brusco. I Black Rebel Motorcycle Club si posizionano e attaccano a suonare senza rivolgersi al pubblico, concentrati sulla musica.
All'inizio i pezzi sembrano perfetti, scolpiti, quasi artificiali, come se fossero riprodotti da un cd. La coltre di fumo che avvolge il palco e la platea, insieme ai giochi di luce che mascherano le presenze dei musicisti riducendoli a ombre, creano un'atmosfera teatrale e magica, fatta di piccole particelle di suono, pulviscolo e lampi che si infrangono le une con le altre ovattando tutto il resto.
Man mano che il concerto prosegue, lo schermo al di là del quale si svolge il concerto si infrange a sprazzi, con squarci di luci, suoni acidi, urla del pubblico, note gravi e distorte.
L'impressione è quella di assistere a un qualcosa di formidabile, generato da un trio che suona con la potenza e la coesione di un'intera orchestra elettrica. Tre soli membri di un ensemble fatto da migliaia di mattoni che creano un muro di suono compatto, omogeneo, instancabile. La voce del bassista si impasta perfettamente con quella del chitarrista, creando un'armonia di timbri da brividi. La batterista è un treno di precisione forza ed essenzialità. Talvolta il basso viene sostituito da un'altra chitarra o da un organo elettrico, ma il sostegno rimane inalterato, non viene a mancare niente all'orecchio dell'ascoltatore.
La scaletta ha privilegiato sopratutto pezzi dell'ultimo album Beat the Devil's Tattoo (ottime le rese live di Coscience Killer, Aya, Beat the Devil's Tattoo e della finale Half-State); ma non sono mancate vecchie gemme che hanno mandato il pubblico in delirio: Whatever Happened to My Rock'n'Roll, Red Eyes and Tears e Spread Your Love dal primo glorioso album, Weapon of Choice da Baby81, gli stomp-blues Time Won't Save Our Soul e Ain't No Easy Way.
Due ore di concerto, con piccola parentesi acustica centrale, pezzi perfettamente eseguiti, ma soprattutto ben interpretati e arrangiati per il live con entusiasmo e coinvolgimento crescente, sia da parte della band che da parte del pubblico.
Un concerto da raccomandare, di un gruppo che probabilmente rende più nella performance live, piuttosto che nelle fredde riproduzioni in studio di brani, bene o male derivativi, incisi su un pezzo di plastica.
ParaLizard &13thSpaceman
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lunedì 10 maggio 2010
domenica 11 aprile 2010
BRMC - Beat The Devil's Tattoo

Niente male. Questa l'impressione al primo ascolto dell'album che esce a breve distanza da "BRMC Live" (cd+dvd) e dallo sperimentale "The Effect of 333". Le nuove canzoni costituiscono validi episodi del disco: la titletrack è uno stomp travolgente, Coscience Killer un r'n'r di Chuck Berry filtrato dai Loop, The Toll una dolce ballad e, infine, Half-State una lunghissima stratificazione di distorsioni.
I suoni sono sempre quelli, il r'n'r è scremato dalle vene eccessivamente brit-pop di alcuni episodi del precedente album rock "Baby 81", la batteria è più diretta ed essenziale con la new entry Leah Shapiro. Peter Hayes e Robert Been hanno proprio l'aria di esser ormai dei rocker vissuti, dei redivivi Rolling Stones, che sanno perfettamente come fare un ottimo disco di rock'n'roll, come mescolare gli ingredienti, come gestire i necessari cali di tensione. Ma andando oltre, ascoltando più volte il disco, ci si rende conto di come tutto questo sia già risentito e come i BRMC, ritornando ai suoni dei primi due album, non siano stati in grado di rileggersi in maniera innovativa. La paura è che si stiano lasciando andare nel deserto dell'autocompiacimento. Ma quest'ultimo non fa altro che trasformare l'arte, di cui il r'n'r e il suo spirito sono certamente una delle più alte espressioni, in un circo di emozioni ormai vissute e rivissute verso le quali diventiamo sempre più presto indifferenti.
Ascoltiamo l'album nuovo, ci piace, ma non possiamo fare a meno di avvicinarlo ai suoni del primo "Black Rebel Motrcycle Club", che ancora, dal lontano 2001, ci vorticano nella testa.
Un buon album, ma siamo sull'orlo della decadenza e alla vigilia della fuga dell'ispirazione?
Dopo il clichè del diavolo, seguirà anche quello della redenzione?
Voto: 6/10
13thSpaceman
Etichette:
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BRMC,
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