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martedì 10 aprile 2012

DEAD SKELETONS - Dead Magick


DEAD SKELETONS
Dead Magick
(A.Recors Ltd)

Questi tre ragazzi islandesi ci sanno fare, inutile dirlo. Riprendere una delle simbologie più classiche del rock, che va dai Velvet Underground di Venus in Furs sino ai modernissimi BRMC passando per una miriade di altri gruppi, e riuscire ad inserirsi nel panorama internazionale con un disco che, senza alcun tipo di compromesso e contando solamente sulla propria radicalità, viene definito dai più come un capolavoro, non è cosa da poco. Nonni Dead, Henrik Bjornsson e Ryan Carlson Van Kriedt - i tre componenti del gruppo che fino a poco tempo fa hanno tenuto le proprie identità celate dietro anonime maschere scheletriche - non hanno l'aria dei novellini e si muovono con una discreta abilità nell'evocare tutta una serie di numerosi riferimenti senza mai copiare esplicitamente, e aggiungendo sempre qualcosa di "nuovo".
Altra cosa di non poco conto: Dead Magick è un doppio, segno di coraggio e ispirazione. I 12 pezzi che lo compongono (73 minuti stranianti di musica) sono uno strano miscuglio di trance-punk, elettronica e di funk-blues à la Can, che convogliano insieme i Velvet Underground e i Suicide, The Jesus and The Mary Chain e i Joy Division, i Neu e i Bauhaus. La destrezza con cui la ricetta è composta e servita è fuori discussione e porta i Dead Skeletons nella contemporaneità, ponendoli a pieno diritto accanto ad altri "eredi" come BRMC, Black Angels, Brian Jonestown Massacre, Warlocks, ecc.

Il disco può essere letto come un'unica progressione che parte con il Dead Mantra, oscuro distico eletto a motto del gruppo che recita "colui che teme la morte/non può godersi la vita", attraversa il sintetizzatore spaziale di Psycho Dead, sussulta come Alan Vega in Dead Magick I, fa un salto spettrale con le dilatazioni Spectrum-Boom di Ask seek Knock. Ljosberrin è un terremoto Neubauten che rigetta tutto e tutti in un caos tribale primordiale. Le chitarre shoegaze annunciano una (parziale) catarsi: tutto si illumina con la celeste When the Sun Comes Up. Yama è un blues di strada che permette di prendere l'ultima boccata d'aria prima di sprofondare nel ritmo frenetico della conclusiva Dead Magick II, che sancisce l'indivisibilità degli elementi celestiali e ctoni, del Bene e del Male, della Vita e della Morte.
Questa è la strada, questo il cammino dalle sfumature dark, ma che non rinuncia a una certa naivité buddista e, allo stesso tempo, a un quasi-shakespeariano senso dello humor, come per rimarcare che "è solo rock'n'roll".

Il consiglio è spassionato: ascoltate questo disco, seguite questo gruppo (si vocifera di una stretta collaborazione con Brian Jonestown Massacre), godetevi la Vita e non temete la Morte.


Voto: 8/10
13thSpaceman

domenica 1 gennaio 2012

LUO REED & METALLICA - Lulu


LOU REED & METALLICA
Lulu
(Mercury)

Come ogni volta che abbiamo a che fare con un disco evento, ad esempio nel caso di una collaborazione inaspettata come questa, è molto difficile riuscire a dare un giudizio: le aspettative non sono molte volte soddisfatte, i miracoli succedono poche volte, e si finisce per dire che il lavoro è deludente e che mette insieme le parti peggiori dei concorrenti.
In questo caso si è parlato molto, e alcune volte anche troppo, senza dubbio anche per pompare commercialmente l'evento: la rivista Rolling Stone ha addirittura tirato in ballo Berlin e Master of Puppets, tra i migliori (vecchi, vecchissimi) lavori di Lou Reed e dei Metallica.
Cercare di dare un giudizio effettivo in questi casi è veramente difficile. Bisogna andare coi piedi di piombo, senza mai farsi trascinare da quelle che sono impressioni momentanee.
Il lavoro va considerato prima di tutto come un concept album, una storia che racconta la vicenda di Lulu, la femme fatale berlinese d'inizio secolo che trova la propria radice drammatica ne Il Vaso di Pandora di Frank Wedekind.
Il contesto della capitale tedesca è tratteggiato in maniera più che suggestiva dalla iniziale Brandeburg Gate: Berlino è la città delle avanguardie artistiche, dei caffè filosofici e della ricchezza di una delle più forti borghesie occidentali, ma dietro questa facciata, come celata da uno spesso sipario di oppio, si nasconde quella capitale del vizio e della decadenza in cui la nostra stravagante eroina prende vita.
Le storie di perversa passione sessuale - tema con il quale il nostro Lou va a nozze dai tempi dei Velvet - vengono progressivamente lacerate da misteriose lame, le lenzuola dei letti, i tappeti irrorati da sangue che sgorga caldo fuori da vene recise. E' questo lo sviluppo del nostro disco-romanzo: Jack lo Squartatore entra sulla scena (Pumping Blood), mentre la Padrona Terrore miete le sue vittime sessuali (Mistress Dread). Tra sweet-janeani break introspettivi (Iced Honey) e sinfonie autocommiserative (Cheat on Me), la storia della protagonista è destinata a concludersi tra le braccia affilate di Jack (Dragon). La finale Junior Dad, pur non condividendo il tema del resto dell'album, è un universale lamento, una canzone di congedo, un abbandono alla decadenza che lascia intravedere pochissimi barlumi di speranza.

I contenuti, dunque, ci sono tutti. Ma qualcosa indubbiamente manca a questo disco. Si tratta della forma, che trova in una trascuratezza di fondo la propria insufficienza. L'idea loureediana delle free-form lyrics inserite in un contesto musicale duro e metallico poteva trovare, in generale, una configurazione migliore, cosa che avviene solamente con alcuni pezzi (Junior Dad, Dragon e Frustration su tutte).
Responsabili forse vanno considerati i Metallica, a cui Reed ha lasciato interamente in mano il timone degli arrangiamenti della struttura principale delle canzoni.
Quegli stessi Metallica che escono da questa esperienza contemporaneamente vinti e vincitori: vinti da un punto di vista commerciale, vincitori perché hanno almeno collaborato a qualcosa di artisticamente sensato dopo tanti, tanti anni.

Voto: 6,5/10
13thSpaceman

sabato 22 ottobre 2011

GIGAN - Quasi-Hallucinogenic Sonic Landscapes


GIGAN
Quasi-Hallucinogenic Sonic Landscapes
(willowtip)

Il metal è un genere difficile a cui approcciarsi. Prima di tutto per la difficoltà di ascolto che richiede: dalle lunghe cavalcate speed/metal alle grida di dolore nichilista del più underground dei gruppi grindcore non è certo una passeggiata ascoltare un album – difficoltà a cui, però, per un ascoltatore medio è facile passare sopra dopo aver superato lo scoglio iniziale -.
In secondo luogo il metal richiede anche una certa fedeltà a determinati canoni stilistici, che o si amano o si odiano. Questo spiega la netta divisione in sottogeneri, molto più severa e rigida di quanto avvenga per altri generi (anche quelli più recenti come il punk).

I Gigan sono una band americana formatasi negli ultimi anni e diventata una delle band più innovative del death-metal contemporaneo. La formula è, da un punto di vista immediato, semplice ed efficace: trio che suona a velocità metanfetaminiche, con testi che si rifanno alla tradizione letteraria lovecraftiana filtrati da strazianti urla cosmiche.
La peculiarità che rende molto interessante il loro ultimo lavoro in studio Quasi-Hallucinogenic Sonic Landscapes sta nel vortice sonico che letteralmente travolge l'ascoltatore. Ogni aridità è lasciata da parte e dai solchi emergono ondate cosmiche alla Hawkwind, schizofrenie chitarristiche stile Orthtrelm, lunghe cavalcate che stanno tra l'Hendrix più acido e gli Iron Maiden più progressive, dirompenti stacchi che ricordano i Morbid Angel più spietati (quelli dei primi dischi).
In questo disco i Gigan suonano metal, è vero, ma allo stesso tempo lo trasfigurano verso nuove geometrie e ne rompono i sin troppo rigidi canoni, ripercorrendone la storia sin dalle radici più profonde.

Voto: 8/10
13thSpaceman

sabato 24 settembre 2011

MY DYING BRIDE - Evinta


MY DYING BRIDE
Evinta
(Peaceville Records)

Ben poco da dire, su quest'ultima uscita della Sposa – deludente, né più né meno.
Se già A Line Of Deathless Kings scricchiolava e The Lies I Sire denotava la più totale mancanza d'ispirazione, quest'ultimo Evinta è semplicemente un disco vuoto.

Vuoto e terribilmente pretenzioso, peraltro.
Una serie di arrangiamenti orchestrali\dark ambient a partire da vecchie (e gloriose) linee melodiche di capolavori delle epoche passate.
Una serie di piccole sinfonie; e come idea, ammetto di averla trovata interessante.
Ma i risultati sono tutt'altro che lusinghieri: un disco piatto, che non trasmette alcuna emozione, freddo fino al midollo, e che peraltro osa sporcare la memoria di pezzi storici come Sear Me MCMXCIII.
Non noioso, ci s'intenda; il disco scorre benissimo (la capacità del gruppo di creare pezzi scorrevoli è una qualità che raramente è loro venuta meno) – ma non colpisce affatto, salvo qualche breve, brevissimo passaggio qua e là.
Qualche breve passaggio qua e là, di due dischi di cui è composta l'opera (tre in versione deluxe); e, perlopiù, si tratta dei passaggi melodici dei vecchi classici.
Pare di ascoltare una brutta, orribile copia degli Elènd.

Questa uscita segna un'ulteriore e difficilmente discutibile tappa nella discesa artistica intrapresa da qualche anno a questa parte dal gruppo; poco è rimasto da sperare in un risollevamento della Sposa.
E' riascoltare i vecchi capolavori, a questo punto, la cosa migliore da fare per tutti gli appassionati dell'ensemble.

Voto: 4/10
Laolet

martedì 23 agosto 2011

VINICIO CAPOSSELA - Marinai, Profeti e Balene


VINICIO CAPOSSELA
Marinai, Profeti e Balene
(La Cupa/Wea)

E' la nostalgia e la condizione umana il tema del nuovo disco di Vinicio Capossela Marinai, Profeti e Balene, uscito lo scorso Aprile.
Per tracciare un unico percorso in un labirinto così mastodontico ci voleva come minimo un doppio album. L'attesa non è stata delusa dal nostro, che, pienamente giustificato dalla dura impresa che si è proposto, ha rievocato coautori di tutto rispetto quali Melville, Omero, Celine, Conrad.
I due dischi, pur trattando le stesse tematiche, sono distinti in base a una prospettiva geografica: il primo è il disco dell'Oceano - di Moby Dick e Achab, per capirsi -, il secondo è il disco delle terre mediterranee - di Odisseo e del Ciclope -.
In questo marasma di personaggi, di autori e di citazioni, Vinicio fa la parte dell'umile aedo che racconta storie la cui portata universale trascende i singoli particolari contenutistici e anche le sue stesse forze.
Grandi Leviatani, Polpi, Sirene, Balene assieme al biblico Giobbe, Achille e Billy Bud: vasti scenari su cui si stagliano uomini che vivono i travagli di storie che, per quanto singolari, rappresentano il cammino che ogni uomo compie tra il niente che era e il niente che sarà - come dice il Canto delle Sirene -.

Dal punto di vista musicale l'attenzione per l'orchestrazione globale è tale da sembrare quasi maniacale: tra i solchi è possibile scorgere le onde o rumori che evocano l'incedere di Moby Dick. Affascina la capacità e la maestria con cui Capossela riesce a trovare una arrangiamento evocativo e perfettamente misurato per ogni canzone. Si percepisce, di conseguenza, nettamente la differenze tra le atomosfere del primo disco, tutto sospeso tra blues, flok americano e irlandese, dilatate ballate al piano, e il secondo disco, tanto meditaranneo da ricordare quasi in alcuni passaggi Creuza de Ma di De Andrè.
Marinai, Profeti e Balene rimane comunque un disco dal difficile ascolto, che ci richiede uno sforzo notevole, come se il disco ci recitasse le battute di uno spettacolo teatrale che sta a noi mettere in scena.
Vinicio compone una bella antologia di testi letterari e attraverso la sua preziosa reinterpretazione riesce a costruire ponti sulla via della definizione di quella che è la condizione universale dell'essere umano: sempre sospeso tra scelta e colpa, delitto e castigo, santità e bestialità, volontà di determinarsi e paura di smarrirsi.

Voto:8/10
13thSpaceman

lunedì 22 agosto 2011

JAKSZYK, FRIPP & COLLINS - A Scarcity Of Miracles ( A KIng Crimson Projekct)


JAKSZYK, FRIPP & COLLINS
A Scarcity Of Miracles (A King Crimson ProjeKct)
(DGM)

Giuro, iniziavo a perdere le speranze in una nuova uscita dei King Crimson; otto anni di silenzio discografico sono bastevoli a far pensare che ormai quella sia una storia chiusa.

Per cui, ammetto di essere stato piacevolmente sorpreso, sulle prime, incappando in questo disco. Acquisto immediato, naturalmente, come il dogma di fede crimsoniana esige.
Non trattasi, alla fin fine, di una vera e propria uscita del gruppo – ma, suvvia. Due dei tre compositori sono nomi noti al pubblico crimsoniano, mentre Jakszyk è parte della line-up della 21th Century Schizoid Band.
Per non parlare di Tony Levin al basso.
Non per nulla l'uscita è indicata, appunto, come un ProjeKct, quei sottogruppi che Fripp volle far nascere fra la fine dei '90 e l'inizio del 2000, come ispirazione al gruppo-madre.

Devo ammettere anche di aver avuto aspettative notevoli, per questo disco.
Ok, i King Crimson non producono nulla di veramente fulminante dagli '80, ma erano, fino ad ora, riusciti comunque a mantenere un livello più che dignitoso, salvo qualche occasionale caduta.

Ma qui, qui si parla di tutt'altro.
La schizofrenia e la tensione che percorrevano la musica del gruppo almeno almeno da Larks Tongues, sembrano scomparse nel nulla – non ce n'è la minima traccia.
E' un disco completamente rilassato, tranquillo, moscio; frippertronics ambient, ritorno alla batteria acustica, basso nella norma, sax di rifinimento. Per non parlare di quanto mielosa suoni la voce di Jakszyk.
Sembra quasi un recupero della forma canzone per trasponderla in versione crimsoniana del terzo millennio; un progetto, ammetterò, stuzzicante, ma che, al momento, fallisce in maniera miserabile.

Noia, noia, noia; solo la title-track e The Other Man ci regalano qualche emozione, il resto dei pezzi sono piatti, degni di nota solo in qualche fugace passaggio.

In sostanza – concettualmente interessante, praticamente mediocre.
Un disco di transizione? Si spera, sì; una migliore evoluzione dell'idea di base sarebbe qualcosa di oltremodo intrigante. Per ora, tuttavia, non è un disco consigliabile.
Attenderò in fede di sentire qualche altra nuova di qualche altra uscita.

Voto:5,5/10
Laolet

martedì 9 agosto 2011

J MASCIS - Several Shades of Why


J MASCIS
Several Shades of Why

(Sub Pop)

Iniziamo col dire che per noi non è certo una sorpresa. Non è,infatti, la prima volta che il signor Mascis si dedica alla chitarra acustica.
Fondamentalmente, a parte i chili di distorsioni e le rullate di batteria, siamo in ambito Dinosaur Jr., questo è innegabile.
E' come se ascoltassimo dei demo ben registrati destinati a diventare materiale per il prossimo disco del gruppo.
Lo sforzo, dunque, non deve essere stato moltissimo per il nostro cantautore ormai canuto.
Malgrado questo,Several Shades of Why colpisce impietoso con le sue melodie calanti e tristi costruite sopra armonie e arpeggi di rara bellezza.
Ancora una volta è incredibile come J Mascis parli di solitudine e di passato, tematiche che trovano il proprio habitat naturale in questa veste tanto intima.
Certo, ogni tanto il prodigioso chitarrista non si trattiene e fa straripare tutto il proprio talento. Is it Done è in questo senso esplicativa con il suo assolo distorto, che non è affatto fuori luogo e non disturba con la sua violenza la dolcezza dimessa della ballata. Difficile parlare di vere e proprie perle in un disco che fa dell'uniformità uno dei propri punti di forza. Ci sono ovviamente dei preziosi quadretti melodici che attirano l'attenzione sin da subito, nell'immediatezza del primo ascolto: Very Nervous and Love, la title-track, l'iniziale Listen to Me, la distorta Can I.
Un ottimo album, nient'altro da aggiungere.
Si tratta forse del vero nuovo cantautorato americano che mette in dubbio il primato della vecchia guardia dei songwriter stelle e strisce (John Hiatt e Townes Van Zandt per capirsi) e dei loro "eredi"?
Per ora possiamo solo dire che questi vecchi punk (vedi anche in recente disco solista di Thourston Moore) sono anche degli abilissimi cantautori quando imbracciano la chitarra acustica. E a noi - amanti delle fratture e dei rinnovamente di quelle configurazioni artistiche statiche che rischiano di diventare di maniera - ci piacciono da morire.

Voto: 7/10
13thSpaceman

PJ HARVEY - Let England Shake


PJ HARVEY
Let England Shake
(Island)

Etereo, cupo, contemporaneo. Questo è il miglior disco di PJ, che sembra aver raggiunto una maturità artistica e cantautorale veramente notevole.
Lontano dai ridicoli punkeggiamenti dell'ultimo minuto e dell'ultima moda, dai pessimi imitatori di un passato diventato tale sin da subito: questo disco dà una lezione di classe a molti, e mostra un lato della nostra che non era ancora emerso con tale vividità nei lavori precedenti.
Let England Shake potrebbe essere definito come un concept album incentrato sull'uomo contemporaneo e sulle paure maturate nel secolo breve: morte, amore, guerra.
Tutto ruota, poi, attorno alla patria della Harvey: l'Inghilterra, con le sue ombre e le sue nebbie, le sue radure.
La morte silenziosa si aggira per queste canzoni tormentando l'ascoltatore come il Bobby della title-track, il senso di colpa regna sovrano insieme alla voglia di dimenticare ("I have seen and done things i want to forget..."), le scene di battaglia sono vive raffigurazioni che ci fanno sentire il puzzo di polvere e di cadaveri, e non c'è possibilità di consolazione nell'ascolto di epitaffi recitati su aree musicale almeno apparentemente pacificate.
Musica e parole combaciano. Raffigurazioni poetiche prepotentemente concrete sono trascinate da dilatate odissee musicali in minore, che vanno a costruire splendide e brevi ballate dal sapore dolceamaro.
Si sente fortemente il decisivo contributo della band composta da due esperti del genere come Mick Harvey e l'ormai storico collaboratore John Parish.
In chiusura la splendida ballata The Colour of The Earth, cordoglio di un protagonista che ha assistito alla morte dell'amico Louise in battaglia e che mai dimenticherà il colore di cui si è tinta la terra quel giorno. Così come per noi, una volta finito il disco, sarà impossibile mettere da parte il vortice emozionale suscitato da quello che abbiamo ascoltato negli ultimi quaranta minuti.
Sarà impossibile dimenticare quegli schizzi di bianco e nero - come nella copertina - che nell'ultimo secolo si sono sempre più mescolati nei disperati tentativi di affermazione della natura umana, nelle sue condotte pratiche e intellettuali.

Voto:8,5/10
13thSpaceman

giovedì 5 maggio 2011

CESARE BASILE - Sette Pietre per Tenere il Diavolo a Bada


CESARE BASILE
Sette Pietre per Tenere il Diavolo a Bada
(Urtovox)

Questo disco - lo dico subito - è uno dei più interessanti album di cantautorato italiano uscito negli ultimi tempi. E la cosa più importante è che non abbiamo a che fare con un cosìdetto big, ma con un artista sempre rimasto nell'underground che dovrebbe esser preso a modello, per onestà e capacità artistica, dai giovani emergenti.
Del resto Cesare Basile non è un autore noto ai più, ma la sua carriera musicale è tanto varia, ricca di esperienze. Alle spalle di questo nuovo lavoro ci stanno scelte artistiche (ad esempio l'esclusione della batteria a favore di percussioni sparse, oppure l'assenza quasi totale di chitarre elettriche) e scelte personali di vita (sopratutto il ritorno a Catania, la città natale, forse un tentativo di elaborare il sentimento conflittuale d'amore-odio che l'autore nutre per essa) che hanno inevitabilmente influenzato la scrittura e le atmosfere dell'album.

E così i versi si dispiegano nella loro eleganza e misuratezza a descriverci storie di condanne senza assoluzioni, macabre danze vermiformi, dolci serenate d'amore, preghiere e canti popolari.
Impossibile non notare una certa influenza del cantautorato classico italiano: anzitutto il binomio De Andrè-Bubola (Sette Spade è l'esempio più eclatante), ma anche, sparsi qua e là, De Gregori (Questa Notte l'Amore a Catania) e, magari, Claudio Lolli (L'ordine del Sorvegliante).
Ma non mancano, certamente, atmosfere esterofile, che richiamano la colta murder-ballad nick-cave-style (La Strofe della Guaritrice) o l'ombroso country-folk di Lanegan (L'Impiccata).
Aggiungiamo poi un trittico di ballate folk siciliane e abbiamo tutti gli ingredienti per un album che, pur ricco di rimandi e di atmosfere, fa della coerenza uno dei propri cardini estetici.

Voto: 7,5/10
13thSpaceman



mercoledì 19 gennaio 2011

STEVE WYNN AND THE MIRACLE 3 - Northern Aggression


STEVE WYNN AND THE MIRACLE 3 Northern Aggression
(Blue Rose)

Figura di spicco del paisley underground coi sui Dream Syndicate, Steve Wynn ritorna con un album solista accompagnato dagli ottimi Miracle 3 (Jason Victor, Dave Decastro e Linda Pitmon), coi quali registra il suo terzo album.
L'abilità di Wynn si dimostra all'interno dell'album in tutta la sua ricchezza e con lo sguardo consapevole tipico di chi, oramai, non è più un novellino.
Così songwriting reediano-dylaniano, atmosfere musicali che si muovono tra le eleganti tessiture di chitarra tardo velvettiane, riff distorti alla Neil Young, melodie barrettiane e acide campestri kraut sono consapevolmente amalgamati negli undici pezzi.
Il disco scorre in maniera piacevole, uniforme, senza picchi eccessivi, ma riuscendo a mantenere sempre salda l'attenzione dell'ascoltatore. Difficile, dunque, citare qualche canzone che spicchi sopra le altre.
Possiamo limitarci a nominare l'iniziale Resolution (che sa molto di tributo ai Neu), la funeral-ballad The Death of Donnie B, la dilatata Consider the Source, le quasi stonesiane Colored Lights e Ribbons and Chains, la delicata St.Milwood e la cavalcata acida di On the Mend.

Sembra di essere ritornati agli anni magici dei migliori dischi dei Dream Syndicate, ma non c'è assolutamente la volontà di rivolgersi al passato per compiacere il cuore intenerito dei vecchi fan, ma piuttosto la voglia, genuina, di suonare con il piacere e gli amici di sempre.
Merito di Wynn è di aver musicato dei testi che rientrano nella migliore tradizione del cantautorato americano; merito dei Miracle 3 quello di aver reso elettriche delle ballate senza forzarne il nucleo originario, indubbiamente acustico.
Con Northern Aggression Wynn conferma la sua bravura, che sembra arricchirsi con l'età e con la ricerca di sfaccettature varie e uniformi, profonde e immediate allo stesso tempo.

Voto: 7,5/10
13thSpaceman

venerdì 17 dicembre 2010

GRINDERMAN - 2


GRINDERMAN
2
(Anti/Mute)

Questo progetto sembra essere diventato il giochino principale del poliedrico Nick Cave: si ritrovano in questi solchi genuinità, divertimento, sperimentazione, poesia e sputi. L'impressione che si ricava da questo disco - che da quando è uscito ho letteralmente consumato - è che Nick si sia inventato un nuovo se stesso: un animale che si muove nella macchia ibrida tra blues e garage, carismatico (come sempre) e affamato di carne.
Nella tarcklist compaiono esperimenti rumoristici (Heathen Child, Evil, Mickey Mouse and the Goodbye Man) che si distaccano dalla classica ballata, che negli ultimi dischi dei Bad Seeds sembrava esser diventata un oneroso obbligo per il Re Inchiostro, a cui si alternano un paio di sussulti melodico-stonesiani (Palaces of Montezuma, Kitchenette).
Ciò che rimane, ormai a quasi tre mesi dall'uscita, di questo album sono gli schiamazzi, i mandolini distorti, i ruggiti, la necessità di un impulso animale senza, però, dover abbandonare per forza ogni sentimentalismo.
Questa nuova creatura va a caccia, miete vittime, ma è in grado di amare.
E Cave dimostra così di aver trovato il proprio lato animale (musicalmente parlando), che si scontra con quello poetico, introspettivo e romantico dei Bad Seeds, e si diverte a giocarci con tutta la consapevolezza dei suoi 53 anni.

Voto: 7,5/10
13thSpaceman

venerdì 1 ottobre 2010

ROBERT PLANT - Band of Joy

ROBERT PLANT
Band of Joy
(Rounder)

E' sempre un piacere quando una grande icona del rock ritorna sulle scene. Quando lo fa con classe è ancora meglio.
Robert Plant non si smentisce e, malgrado gli anni, si diverte e fa divertire.
L'atmosfera del disco infatti è molto simile a quella di un live tra amici che suonano vecchi classici del blues e della tradizione americana con un piglio dalle venature rock (Angel Dance o You can't buy my love), roots (I'm falling in love again) e blues (Satan your kingdom must come down).
In questo modo Robert vorrebbe riaccendere il ricordo della sua prima band (la Band of Joy, appunto) con la quale eseguiva cover di blues, tenendo di conto che gli anni sono passati e che lui nel frattempo si è spostato sempre più verso ovest, come conferma la strada intrapresa qualche anno fa con Alison Krauss.

Non dobbiamo aspettarci niente di nuovo, questo è chiaro, ma il lavoro è fatto bene e non ci si perde nel corso dell'ascolto.
La nostra guida è proprio l'ultrasessantenne che con la sua voce, invecchiata in maniera sublime, incanta e traghetta all'interno delle diverse atmosfere del disco grazie ad un timbro caldo e sempre perfettamente a tema con le diverse canzoni.

La modestia e la maestria, inoltre, fanno dell'ex-led zeppelin un grande esempio per tutte le vecchie rockstar che tentano di riciclarsi in tutti i modi e, forse, anche per i vecchi compagni (Jimmy Page in particolare) che non sanno far altro che il verso a se stessi, a quelli che erano quasi quarant'anni fà.
Così bisognerebbe misurare la vena artistica di questi vecchi dinosauri, e Robert Plant dimostra -e questo album lo conferma- di averne una propria che difficilmente si esaurirà del tutto.

Voto: 6/10
13thSpaceman

venerdì 24 settembre 2010

NEIL YOUNG - Le Noise

NEIL YOUNG
Le Noise
(Reprise Records)

Neil Young è sempre stato uno sperimentatore, basti pensare alle sue numerose svolte, che non sempre hanno avuto il giusto successo e hanno lasciato sbaloridito più di un fan.
La cosa che sorprende è che Neil, classe '45, torni a stupirci ancora, sopratutto a fronte delle recenti prove discografiche (in particolare l'ultimo Fork in the Road) che ci avevano fatto perdere anche un po' la speranza di assistere a nuove svolte.
E, invece, eccolo lì, il vecchio rockettaro canadese, con la sua chitarra e i suoi chili di distorsioni.
Ad accompagnarlo un altro canadese, Daniel Lanois, produttore e collaboratore di questo lavoro (il titolo allude al suo cognome).
Ma vediamo di entrare più nel merito: questo disco è bello proprio perchè inatteso.
Non ci sono batterie, percussioni, nè altro: è un disco per chitarra elettrica e voce.
I brani sono tutti dilatatissimi e poche volte ricorrono a strutture tradizionali, e se le fanno, l'atmosfera risulta comunque assai insolita.
Immaginatevi i riff di Rust Never Sleeps, la cui immediatezza viene però smorzata dai feedbacks di ARC: sopra a tutto melodie dilatate ed effettate.
Accanto a pezzi fortemente elettrici (Walk with me, Sign of Love, Hitchhiker e la finale Rumblin' su tutte), non potevano mancare un paio di tracce acustiche (Love and War e Peaceful Valley Boulevard), che però non stonano nel contesto grazie ad un lavoro sui suoni e sugli intrecci delle chitarre -sempre in bilico come nei pezzi più heavy-.
Attenti però a peccare di cecità: i meriti non sono solo di Young. L'apporto di Lanois è infatti eccezzionale e non si limita solo a degli accorgimenti dietro la console, ma interviene attivamente nei suoni (voce e chitarre, ma anche leggeri effetti di sottofondo) che hanno un'importanza fondamentale nel creare l'atmosfera dell'album.
La cosa bella, e che si riesce a percepire tramite l'ascolto, è che c'è un reale rapporto di complicità, di collaborazione attiva e fruttuosa nella ricerca del suono:questo disco è un disco a quattro mani.
Difetti? Ci sono, senza dubbio: i testi poco radicali rispetto all'atmosfera cupa e pesante del disco; qualche melodia un po' troppo "classica" e che ricorda altre canzoni del repertorio del songwriter canadese.
Ma non è il caso di soffermarsi troppo su queste cose.
La (piacevole) sorpresa è grande, e con essa l'emozione.

Voto: 7/10
13thSpaceman

martedì 27 luglio 2010

PGR - Con-Fusione

PGR
Con-Fusione
(Universal)

Uscito a inizio Giugno, questo lavoro è disonesto e inutile quanto ambiguo.
Non si tratta di una raccolta, non si tratta di un live nè di una collaborazione vera e propria con pezzi riarrangiati.
Che cos'è, allora?
In poche parole l'altro grande personaggio in questione che ha pensato questa inaspettata operazione di mercato, Franco Battiato, non ha fatto altro che rinchiudersi nel suo studio di casa e remixare nove canzoni dei PGR. Lo sforzo deve essere stato incredibile...
Ed ecco che i quattro (Ferretti, Battiato, Canali e Maroccolo) ci vengono a raccontare su tutte le televisioni e sui giornali dell'incredibile opera di "disidratazione" dei pezzi che è stata fatta.
Di che cosa si tratterà mai? Non c'è bisogno del Dio di Ferretti, nè del misticismo oriental-buddhista-pseudo-erudito di Battiato per cercare la spiegazione di questo termine fisiologico.
Il "maestro" (come lo chiamano i molti) non ha fatto altro che bilanciare i suoni di chitarra, mettere la voce in risalto sopra agli altri strumenti, ridurre la dispersione dei suoni (in particolare della batteria).
E le canzoni, direte voi?
Rimangono tali e quali nei contenuti, e diventano delle piccole liturgie da camera nella forma.
La ricerca della Grazia, gli elogi papalini, i riflussi anti-illuministi, le invettive anti-moderne rimangono.
L'idiozia e la deficienza contenutistica dei PGR rimangono.
L'ascolto non arricchisce.
L'unica cosa che viene in mente è che i principali personaggi qui coinvolti ("mastro" Battiato e il "redento" Ferretti) sono ormai poveri, artisticamente parlando.
Divertiti demodè.
Marionette che si perdono trai loro costumi.

Voto:3/10
13thSpaceman

martedì 20 luglio 2010

BOLOGNA VIOLENTA - Il Nuovissimo Mondo


BOLOGNA VIOLENTA

Il Nuovissimo Mondo
(Bar la Muerte)

Il 2010 della musica indie italiana si è aperto con questa interessante quanto shockante sorpresa.
Non stiamo parlando di un album "classico", anzi non stiamo proprio parlando di niente di "classico". Questo è il vero punto di svolta: la difficoltà a classificare, etichettare, collocare nel panorama italiano un tale lavoro.
Malgrado questo, proveremo comunque a darvi qualche coordinata (che non può però in alcun modo esser valida senza l'ascolto del disco).

Grindcore, cyber punk, disco-dramma post-atomico. Questi gli ingredienti che il polistrumentista Nicola Manzan (attualmente in tour come seconda chitarra de Il Teatro degli Orrori) mescola abilmente con strizzatine d'occhio che vanno dai riff brutali di marca napalmdeathiana sino a passaggi melodici degni delle colonne sonore del miglior cinema cult italiano anni '70.
Ma ciò che più stordisce è l'estremità del dramma nei suoni, nei racconti delle voci narranti (riti in cui vengono mangiate le carni dei bambini, trapianti fallici, pulsioni incontrollabili che trovano sfogo nella pornografia, nella violenza contro i più deboli, nel fondamentalismo clericale), nei passaggi repentini tra scenari disincantati e soavi ad atmosfere cupe e damoclee.
Se nell'ambito internazionale questo lavoro non rappresenta niente di eccessivamente nuovo e radicale, in Italia (manco a dirlo) ci inizia a far riflettere sulla possibilità di poter realizzare anche noi, nella nostra lingua e tramite la nostra cultura, qualcosa di alternativo smettendola una buona volta di svilirisi in un'esterofilia (mulino a vento di gran parte dell'alternative italiano...) improduttiva.
Godetevi questo "dramma in XXIII atti sulla sorte del mondo e sul declino del genere umano" in tutte le sue sfaccettature ed in tutta la sua estremità, in grado di suscitare anche emozioni fortemente contrastant: dalla risata di Jimmi Il Fenomeno al terrore dei film di Mario Bava.

Voto: 7,5/10
13thSpaceman

mercoledì 5 maggio 2010

EDDA - Semper Biot

EDDA
Semper Biot
(Niegazowana)

Un ritorno più che piacevole quello di Edda, reso ancora più piacevole per la veste inedita in cui si presenta. Ex-voce dei Ritmo Tribale (gruppo culto del rock alternativo italiano fine '80), ritiratosi dalle scene nel '96 in preda alla tossicodipendenza. Segue la disintossicazione, un'introspezione profonda, un viaggio in India che lo vede approdare alla fede di Hare Krishna e, infine, il lavoro ai ponteggi. La formula musicale è assolutamente adeguata al contesto: chitarra e voce come sostegno principale, che mette in evidenza i testi delle canzoni recitati, scanditi e cantilenati dalla voce inimitabile di Edda. I testi fanno riferimento sopratutto alla vita privata del cantautore, ai momenti bui, la tossicodipendenza i rapporti conflittuali con la realtà esterna (Yogini su tutte). Non mancano però atmosfere più rilassate e disimpegnate (L'innamorato), sprazzi onirici intrisi di immagini religiose ("...Gesù Krishna di Dio..." in Scamarcio), turbate relazioni d'amore (Snigdellina, Amare Te), il rapporto di amore-odio con la propria città (Milano). L'atmosfera è d'intimità, dimessa e mette l'ascoltatore in rapporto a tu per tu con il cantante, senza che vi siano "interferenze" rumoristiche troppo turbanti, che pure quà e là fanno capolino.
Il confronto è più che mai umano: ci si trova davanti ad un uomo, prima che ad un cantautore, che si mette a nudo come suggerisce il titolo.

Voto: 7/10
13thSpaceman

domenica 11 aprile 2010

BRMC - Beat The Devil's Tattoo


Niente male. Questa l'impressione al primo ascolto dell'album che esce a breve distanza da "BRMC Live" (cd+dvd) e dallo sperimentale "The Effect of 333". Le nuove canzoni costituiscono validi episodi del disco: la titletrack è uno stomp travolgente, Coscience Killer un r'n'r di Chuck Berry filtrato dai Loop, The Toll una dolce ballad e, infine, Half-State una lunghissima stratificazione di distorsioni.
I suoni sono sempre quelli, il r'n'r è scremato dalle vene eccessivamente brit-pop di alcuni episodi del precedente album rock "Baby 81", la batteria è più diretta ed essenziale con la new entry Leah Shapiro. Peter Hayes e Robert Been hanno proprio l'aria di esser ormai dei rocker vissuti, dei redivivi Rolling Stones, che sanno perfettamente come fare un ottimo disco di rock'n'roll, come mescolare gli ingredienti, come gestire i necessari cali di tensione. Ma andando oltre, ascoltando più volte il disco, ci si rende conto di come tutto questo sia già risentito e come i BRMC, ritornando ai suoni dei primi due album, non siano stati in grado di rileggersi in maniera innovativa. La paura è che si stiano lasciando andare nel deserto dell'autocompiacimento. Ma quest'ultimo non fa altro che trasformare l'arte, di cui il r'n'r e il suo spirito sono certamente una delle più alte espressioni, in un circo di emozioni ormai vissute e rivissute verso le quali diventiamo sempre più presto indifferenti.
Ascoltiamo l'album nuovo, ci piace, ma non possiamo fare a meno di avvicinarlo ai suoni del primo "Black Rebel Motrcycle Club", che ancora, dal lontano 2001, ci vorticano nella testa.
Un buon album, ma siamo sull'orlo della decadenza e alla vigilia della fuga dell'ispirazione?
Dopo il clichè del diavolo, seguirà anche quello della redenzione?

Voto: 6/10
13thSpaceman

venerdì 2 aprile 2010

JOHNNY CASH - American VI - Ain't No Grave

JOHNNY CASH
American VI: Ain't No Grave
(American Recordings/Lost Highway)

A sette anni da American V: A Hundred Highways e proveniente da quelle stesse sessions, grazie ad un abilissimo lavoro di Rick Rubin, American VI: Ain't No Grave è il disco al quale affidare il supremo ricordo di Johnny Cash. Certo non possiamo aspettarci atmosfere innovative, ma il timbro è sempre quello giusto: ispirato, profondo, colpisce dritto al cuore.
La titletrack è un'aria dimessa che ci introduce alle altre canzoni (tutte cover -firmate anche da Kris Kristofferson e Sheryl Crow tra gli altri- a parte I Corinthias, una delle ultime composizioni di Johnny Cash) nelle quali domina l'oscurità, l'abbandono: trai temi preferiti del cantautore - Amore, Dio e Morte- è senza dubbio quest'ultimo il prevalente. E' la Morte, poi, che, con un abile gioco di specchi, mostra come sia più sereno affrontare la fina della propria esistenza una volta che si sia vissuta una vita basata sugli altri due supremi valori universale: Amore e Dio.
Ma, per quanto queste tematiche affondino pienamente nella tipica tradizione americana, il nostro Johnny è un rivoluzionario: passando per il momento negativo del peccato, che tutti noi in un modo o in un altro commettiamo, ha sintetizzato tutta la tradizione nella redenzione. E proprio di redenzione ha sempre cantato, aprendo il mondo della musica tradizionale alle figure più deboli (prigionieri, emarginati, assassini, ecc.) e suonando per quelle persone che un sogno americano ormai fallito aveva lasciato da parte come materia inerte, buloni dispersi di un ingranaggio ormai guastato.
In questo senso è proprio lui, Johnny Cash, il nostro redentore, il nostro Cristo sulla croce, che dopo aver vissuto una vita travagliata e aver sofferto le contraddizioni dell'America nella quale è vissuto, si abbandona serenamente alla morte lasciandoci la sua parola: la vita diventa spesso cupa, disperata e macchiata dal peccato, ma proprio vedendo che anche l'altro si trova nella nostra stessa condizione, che è esposto ai nostri stessi rischi, è possibile redimersi aprendosi incondizionatamente alla solidarietà ed all'amore.

13thSpaceman

domenica 28 febbraio 2010

MOTORPSYCHO - Heavy Metal Fruit


MOTORPSYCHO
Heavy Metal Fruit
(Rune Grammofon)



Gruppo quanto mai vario, i Motorpsycho, ci sorprendono ancora una volta con un lavoro che, ai giorni d'oggi, potrebbe avere un valore davvero significativo.
I norvegesi ci propongono un'ora di buona musica scandita da ritmi serrati, riff tuonanti che si muovono tra sabbath e stoner rock, lunghe suite dilatate e arcobaleni melodici.
Non si tratta, però, di un disco dall'ascolto scorrevole e facile, data la complessità delle strutture, i virtuosismi melodico-armonici, i passaggi quanto mai repentini.
A questo si aggiunge un altro fatto che non rende certamente l'album immediatamente fruibile al massimo: il rapporto strettissimo con la tradizione del prog-rock di marca seventies.
Trai solchi si sentono suadenti richiami alle lunghe cavalcate sabbathiane (Starhammer), ai virtuosismi tra jazz e avanguardia del Re Cremisi (The Getaway Space), a melodie raffinate quanto complesse di derivazione wyattiana (Close Your Eyes), ad atmosfere cupe di marca Van Der Graaf (Gullible's Travails). In effetti gli stilemi prog sono diventati "di maniera" verso la fine degli anni settanta ed hanno portato, per la loro ripetitività e standardizzazione, il genere stesso alla morte definitiva negli anni ottanta.
Questo ottimo lavoro però potrebbe apportare nuova linfa vitale e rappresentare una sorta di resurrezione per il suddetto: la band norvegese fa di tutto, ma certamente non annoia e, malgrado le citazioni musicali già ricordate, non casca mai (o quasi mai) nel risentito.
Un buon disco, dunque, al quale potrebbero seguire altre eco interessanti, ma attenzione, una derivatività eccessiva si nasconde dietro l'angolo.



Voto: 6,5
13thSpaceman

domenica 24 gennaio 2010

TOM WAITS - Glitter and Doom Live


TOM WAITS
Glitter and Doom Live
(Anti Records)

Incalzano le note, frenetici seguono i tamburi... L'aria è calda, il pubblico attende.... Un ululio squarcia l'aria... Si inizia con la discesa negli inferi di Lucinda/Ain't Goin' Down.
Le caratteristiche di questo inizio, che ricordano un po' quelle dell'apparizione di Caronte nella Commedia dantesca, costituiscono il file rouge di tutto il concerto che questa nuova uscita ripropone. Infatti si tratta proprio di una continua discesa verso un fondo di dannazione di cui ciascuno spettatore/ascoltatore scopre di esser parte. Le canzoni sono lì a testimoniarcelo, e non facciamo in tempo a pensarci che ce ne scopriamo già convinti, come se fosse da sempre. La nostra guida dagli occhi di brace ci intrattiene, fa battute, introduce con lunghi preamboli le canzoni, gode e fa godere, recita, si dimena, ci schernisce. Ma alla fine tutte le tensioni sono pronte a sciogliersi, il pathos si dilegua pian piano: siamo adesso svuotati delle nostre cariche emotive più oscure.

Il vecchio Tom ripesca da un repertorio piuttosto recente e concede poco al passato, ma il tutto è ripresentato con un rinnovamento quasi completo degli arrangiamenti, che trasforma i brani in variopinti giochi di maschere, che suscitano un'attrazione sconfinata.

Il live è presentato come un doppio, ma nel secondo disco non ci sono contenuti prettamente musicali, bensì le Tom Tales: racconti, aneddoti, barzellette, ecc., solitamente accompagnate dal piano o dalla band che accenna qualcosa, che non aggiungono niente al valore del disco, se non il fatto di calarci nell'atmosfera giusta per l'ascolto.

Un buon lavoro, che diverte, coinvolge e infine rilassa.
Un po' di catarsi ci vuole ogni tanto.
Grazie Old Tom.


Voto: 7/10
13thSpaceman