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venerdì 7 ottobre 2011

PJ HARVEY live@ Ferrara, Piazza Castello - 6 Luglio 2011


Il caldo è terribile, ma la gente è accorsa da tutta l'Italia per vedere l'unica data di una delle icone più importanti della musica degli ultimi vent'anni.
La splendida piazza fa presto a riempirsi. La protagonista non si fa attendere più di tanto e alle 21,30 sale sul palco con un candido vestito di scena e le piume tra i capelli.
PJ Harvey
recita perfettamente la sua parte: fredda, con la tragedia negli occhi, interpreta con la sua verve intrisa di un'aura quasi divina tutte le canzoni del nuovo, bellissimo album Let England Shake.
L'apporto della band è prezioso oltre che di forte impatto.
La nostra musa si concede poco al pubblico che, innamorato di lei alla follia, pende letteralmente dalle sue labbra e conosce a memoria anche i passaggi meno significativi dell'ultimo disco.
Nessun successo dal passato. Poche parole; giusto per ringraziare.
E così, dopo un'ora e mezzo abbondante, PJ saluta una piazza Castello ricolma che continua a chiamarla (inutilmente) per altri bis.
Ma a noi va bene lo stesso: come tutte le grandi muse ha cantato la sua storia e adesso si lascia solamente desiderare.

13thSpaceman

lunedì 10 maggio 2010

BRMC live @ Alpheus, Roma - 09 maggio 2010

Roma. Via del Commercio. Una via buia, deserta, a pochi passi dalla stazione Ostiense e da Piramide. Le strade sono poco trafficate, soltanto qualche coppietta, qualche ubriaco, qualche turista smarrito.
Alle 21,33 arriviamo al n. 36: un cancello che si affaccia su un cortiletto ghiaiottoloso. Pochi ragazzi fuori a fumarsi una sigaretta, una transenna fa intuire quale sia l'entrata. All'interno quasi buio, corridoi che si aprono in ampie stanze, la centrale con divani circolari, sulla sinistra una specie di auditorium: un lungo rettangolo con il palco su uno dei lati più corti. Già decine di persone vi si affollano davanti, l'aria è pesante. Dalla parte opposta un palchetto di legno con qualche scalino, il bar, e lo stand ufficiale della band.
Entra sempre più gente, non facciamo in tempo a posizionarci il più vicino possibile al palco, che è comunque abbastanza lontano da non vedere molto oltre le teste delle persone subito di fronte a noi, che la band entra, 21,45 spaccate. La folla si compatta, si restringe, si appiccica, si attacca al palco, in preda ad un'eccitazione sorda, ma palpabile. Tutto tranquillo, nessun movimento brusco. I Black Rebel Motorcycle Club si posizionano e attaccano a suonare senza rivolgersi al pubblico, concentrati sulla musica.
All'inizio i pezzi sembrano perfetti, scolpiti, quasi artificiali, come se fossero riprodotti da un cd. La coltre di fumo che avvolge il palco e la platea, insieme ai giochi di luce che mascherano le presenze dei musicisti riducendoli a ombre, creano un'atmosfera teatrale e magica, fatta di piccole particelle di suono, pulviscolo e lampi che si infrangono le une con le altre ovattando tutto il resto.
Man mano che il concerto prosegue, lo schermo al di là del quale si svolge il concerto si infrange a sprazzi, con squarci di luci, suoni acidi, urla del pubblico, note gravi e distorte.
L'impressione è quella di assistere a un qualcosa di formidabile, generato da un trio che suona con la potenza e la coesione di un'intera orchestra elettrica. Tre soli membri di un ensemble fatto da migliaia di mattoni che creano un muro di suono compatto, omogeneo, instancabile. La voce del bassista si impasta perfettamente con quella del chitarrista, creando un'armonia di timbri da brividi. La batterista è un treno di precisione forza ed essenzialità. Talvolta il basso viene sostituito da un'altra chitarra o da un organo elettrico, ma il sostegno rimane inalterato, non viene a mancare niente all'orecchio dell'ascoltatore.

La scaletta ha privilegiato sopratutto pezzi dell'ultimo album Beat the Devil's Tattoo (ottime le rese live di Coscience Killer, Aya, Beat the Devil's Tattoo e della finale Half-State); ma non sono mancate vecchie gemme che hanno mandato il pubblico in delirio: Whatever Happened to My Rock'n'Roll, Red Eyes and Tears e Spread Your Love dal primo glorioso album, Weapon of Choice da Baby81, gli stomp-blues Time Won't Save Our Soul e Ain't No Easy Way.
Due ore di concerto, con piccola parentesi acustica centrale, pezzi perfettamente eseguiti, ma soprattutto ben interpretati e arrangiati per il live con entusiasmo e coinvolgimento crescente, sia da parte della band che da parte del pubblico.
Un concerto da raccomandare, di un gruppo che probabilmente rende più nella performance live, piuttosto che nelle fredde riproduzioni in studio di brani, bene o male derivativi, incisi su un pezzo di plastica.

ParaLizard &13thSpaceman

lunedì 30 novembre 2009

GLISS - Live @ Caracol, 26 Novembre 2009, Pisa


Palco inesistente, soffitto basso e pochi interessati: questa la prima impressione entrando al Caracol, quando ormai l'ora x è vicina. Tutto è pronto, ma il gruppo tarda a presentarsi. All'improvviso ecco che entrano, infreddoliti. Pochi minuti per accordare gli strumenti e il concerto inizia. Subito veniamo proiettati in un vortice di distorsioni, dolci melodie e bianco calore secondo le più tipiche coordinate dello shoegaze. I primi brani seguono senza difficoltà l'uno all'altro, presentando in maniera omogenea molti episodi dell'ultimo Devotion Implosion. Il pubblico segue attento, affascinato anche dai continui cambi di line-up (sicuramente la migliore è quella che vede il cantante alla batteria e la corista al basso). Morning Light e Lovers in the Bathroom trai brani che colpiscono di più in questa prima parte del set. Progressivamente la band si sposta sul repertorio più vecchio attingendo dall'ep del 2005 Kick in your Heart (splendida la rilettura della title-track) e dal precedente album Love the Virgins (notevole l'energica Blue Sky). Il concerto si avvia alla chiusura con la band che preme sempre di più sull'acceleratore e propone il proprio lato più garage. Dopo un'ora e dieci l'algido gruppo ringrazia e umilmente abbandona il palco. Niente da dire, ottimo set, che afferma la validità di questa band. Molte sono le citazioni di gruppi quali BRMC (i riff distorti di basso), My Bloody Valentine (melliflue melodie vocali) e The Jesus and Mary Chain (imponente lavoro di chitarra fuzz e feedback), ma questo, ammesso che sia un elemento negativo, avviene seguendo i topoi di un genere, senza coverizzare, e mostrando quanto queste influenze contino, nella musica d'oggi, molto di più di altre ormai trite e ritrite.


13thSpaceman

sabato 21 novembre 2009

The Horrors (+ Gliss) Live @ Auditorium Flog 19 Novembre 2009, Firenze


A Firenze fa freddo e risulta difficilissimo orientarsi, eppure arriviamo, anche se trafelati, all'auditorium Flog. Per entrambi è il primo vero concerto punk, se così si può dire.

Non c'è molta gente, la biglietteria è libera dalla fila, e davanti all'entrata si affollano solo pochi fumatori. Ci aspettavamo più persone.
Entrando si respira la consueta atmosfera Flog: luci molto soffuse, musica ostentatamente rock ad alto volume, due grandi schermi ai lati del palco con due diversi video, a loro volta differenti dalla musica delle casse.
Aspettiamo qualche minuto e poi ci avviciniamo al palco, dove già una piccola folla ha occupato le prime due, tre file.

Sale sul palco il gruppo di apertura, i Gliss, due ragazzi ed una ragazza. Lei si siede alla batteria, il bassista si rivolge al pubblico salutandoci, l'accento americano. Attaccano: basso veramente molto distorto, batteria semplice e lineare, la chitarra squarcia l'aria. Il bassista canta, con una voce flautata, molto alta, predisposta ai falsetti.
Subito mi si creano nella mente immagini evocate dalla loro musica, già sentita, ma decisamente buona. Sono in tre, con un muro di suono palpabile. I pezzi vanno avanti ed i Gliss si cambiano di posto, alternandosi agli strumenti. La bella batterista bionda suona il basso come se fosse un prolungamento del suo corpo, una lunga coda di sirena che si muove sinuosa, sembra che la musica le esca direttamente dai pori della pelle.
Restiamo colpiti dalla modestia e dalla bravura dei tre Gliss, parliamo un po' delle loro contaminazioni, sicuramente i My Bloody Valentine e i Black Rebel Motorcycle Club.
I tre se ne vanno dopo aver fatto una decina di pezzi, molto simili tra loro, ma anche piacevoli, un garage rock con melodie vocali molto dolci.

Aspettiamo varie decine di minuti dopo i Gliss, il pubblico comincia a comprimersi nei primi 5 metri di platea davanti al palco. Arriva ancora gente, che si stratifica intorno alle prime file.
Poi arrivano: il bassista prende posto immobile guardando oltre la folla urlante, il chitarrista saluta goliardicamente innalzando un bicchiere di birra oltre la sua lunghissima frangia di capelli, il tastierista inizia un riff d'apertura e il batterista si siede timidamente. Inizia la prima canzone (Mirror's Image) dei The Horrors e il pubblico freme, aspettando l'arrivo del cantante-frontman.
Avevo visto qualche foto su internet, sapevo che erano molto giovani e pieni di capelli davanti agli occhi, ma niente di più. In quell'occasione si presentavano abbastanza semplicemente, con giacche nere, o magliette nere e jeans, niente di troppo vistoso o particolarmente elegante, al contrario di come li descriveva la critica musicale.
E poi il tempo si ferma, si riavvolge su se stesso e veniamo catapultati nella Londra di circa 30 anni fa. Fa ingresso sul palco un'entità di circa 2 metri, pantaloni neri, maglietta nera, giubbotto di pelle nera, stivaletti, capelli sugli occhi, anelli argentati, circondato da un'aura di sfida e rabbia, un'energia compressa sull'orlo di esplodere. Si appoggia al microfono con entrambe le mani, come un moderno Jim Morrison, pronuncia le prime parole della canzone con una voce profonda e calcolata. Si muove sul palco, un ibrido tra Nick Cave, Ian Curtis e il già citato cantante dei Doors. Mi scappa un sorriso: questo poco più che ventenne imberbe sembra scimmiottare esattamente ciò che c'era prima che lui nascesse; sembra ricalcare con precisione i passi e le mosse di chi ha inventato quei passi e quelle mosse decine di anni fa. Però non sembra farlo volontariamente, non ne è cosciente, sembra in realtà che gli scaturisca da dentro, poiché l'unica esperienza che ha consiste in quello che ha visto fare agli altri prima di lui.
Piano piano mi abituo al suo atteggiamento che alla fine rapisce la mia attenzione, inizio a scattare foto. I cinque coinvolgono il pubblico che poga sempre più violentemente, incurante degli altri. Noi rimaniamo fermi, ballettando, incastrati tra due americane oversize e una montagna umana che rimane immobile, imperterrita, minimamente toccata dal delirio di salti, colpi e spinte degli altri.
Gli Orrori dell'Essex eseguono pezzi soprattutto dall'ultimo album, Primary Colours, il grande successo del 2009, e alcuni dal primo, Strange House (2007), che però mostrano un'inferiore maturità musicale e un impatto decisamente più freddo. Nel frattempo il pubblico canta, urla, si scatena.
I pezzi sembrano suonati da disco, nessuna sbavatura o improvvisazione, a parte l'entusiasmo eccessivo di qualche spettatore esaltato che si avventura sul palco per essere immediatamente cacciato e buttato di sotto.
Dopo una pausa di qualche minuto, i cinque rientrano e sorprendono i presenti con una eccellente cover di Ghost Rider dei Suicide, che dapprima spiazza gli ascoltatori, per poi coinvolgerli in un delirio generale, in cui il cantante si scatena muovendosi velocemente da una parte all'altra del palco e avvicinandosi pericolosamente all'estremità, provocando sussulti nelle prime file che gli tendono le mani.
Ci avviamo verso l'uscita con addosso una piacevole sensazione, sicuramente provocata dalla seconda parte della performance, decisamente più coinvolgente e più estrema della prima, fuori dall'ordinario.

Discutendo fuori di lì ci siamo chiesti in che modo gli Horrors possano essere espressione di una dicotomia apparentemente inconciliabile, ma che in realtà è all'ordine del giorno sul mercato musicale contemporaneo. La loro immagine commerciale è sicuramente legata al prodotto discografico che sono diventati, a metà tra un revival dei vecchi miti nichilisti e introspettivi del passato e una omologazione agli idoli delle teenager con frange, trucco pesante e spirito rock costruito a tavolino, che del vecchio rock non ha neanche l'apparenza.


Complessivamente è stata un'esperienza molto positiva, da consigliare a chi interessa il genere.