Non c'è molta gente, la biglietteria è libera dalla fila, e davanti all'entrata si affollano solo pochi fumatori. Ci aspettavamo più persone.
Entrando si respira la consueta atmosfera Flog: luci molto soffuse, musica ostentatamente rock ad alto volume, due grandi schermi ai lati del palco con due diversi video, a loro volta differenti dalla musica delle casse.
Entrando si respira la consueta atmosfera Flog: luci molto soffuse, musica ostentatamente rock ad alto volume, due grandi schermi ai lati del palco con due diversi video, a loro volta differenti dalla musica delle casse.
Aspettiamo qualche minuto e poi ci avviciniamo al palco, dove già una piccola folla ha occupato le prime due, tre file.
Sale sul palco il gruppo di apertura, i Gliss, due ragazzi ed una ragazza. Lei si siede alla batteria, il bassista si rivolge al pubblico salutandoci, l'accento americano. Attaccano: basso veramente molto distorto, batteria semplice e lineare, la chitarra squarcia l'aria. Il bassista canta, con una voce flautata, molto alta, predisposta ai falsetti.
Subito mi si creano nella mente immagini evocate dalla loro musica, già sentita, ma decisamente buona. Sono in tre, con un muro di suono palpabile. I pezzi vanno avanti ed i Gliss si cambiano di posto, alternandosi agli strumenti. La bella batterista bionda suona il basso come se fosse un prolungamento del suo corpo, una lunga coda di sirena che si muove sinuosa, sembra che la musica le esca direttamente dai pori della pelle.
Restiamo colpiti dalla modestia e dalla bravura dei tre Gliss, parliamo un po' delle loro contaminazioni, sicuramente i My Bloody Valentine e i Black Rebel Motorcycle Club.
I tre se ne vanno dopo aver fatto una decina di pezzi, molto simili tra loro, ma anche piacevoli, un garage rock con melodie vocali molto dolci.
Aspettiamo varie decine di minuti dopo i Gliss, il pubblico comincia a comprimersi nei primi 5 metri di platea davanti al palco. Arriva ancora gente, che si stratifica intorno alle prime file.
Poi arrivano: il bassista prende posto immobile guardando oltre la folla urlante, il chitarrista saluta goliardicamente innalzando un bicchiere di birra oltre la sua lunghissima frangia di capelli, il tastierista inizia un riff d'apertura e il batterista si siede timidamente. Inizia la prima canzone (Mirror's Image) dei The Horrors e il pubblico freme, aspettando l'arrivo del cantante-frontman.
Avevo visto qualche foto su internet, sapevo che erano molto giovani e pieni di capelli davanti agli occhi, ma niente di più. In quell'occasione si presentavano abbastanza semplicemente, con giacche nere, o magliette nere e jeans, niente di troppo vistoso o particolarmente elegante, al contrario di come li descriveva la critica musicale.
E poi il tempo si ferma, si riavvolge su se stesso e veniamo catapultati nella Londra di circa 30 anni fa. Fa ingresso sul palco un'entità di circa 2 metri, pantaloni neri, maglietta nera, giubbotto di pelle nera, stivaletti, capelli sugli occhi, anelli argentati, circondato da un'aura di sfida e rabbia, un'energia compressa sull'orlo di esplodere. Si appoggia al microfono con entrambe le mani, come un moderno Jim Morrison, pronuncia le prime parole della canzone con una voce profonda e calcolata. Si muove sul palco, un ibrido tra Nick Cave, Ian Curtis e il già citato cantante dei Doors. Mi scappa un sorriso: questo poco più che ventenne imberbe sembra scimmiottare esattamente ciò che c'era prima che lui nascesse; sembra ricalcare con precisione i passi e le mosse di chi ha inventato quei passi e quelle mosse decine di anni fa. Però non sembra farlo volontariamente, non ne è cosciente, sembra in realtà che gli scaturisca da dentro, poiché l'unica esperienza che ha consiste in quello che ha visto fare agli altri prima di lui.
Subito mi si creano nella mente immagini evocate dalla loro musica, già sentita, ma decisamente buona. Sono in tre, con un muro di suono palpabile. I pezzi vanno avanti ed i Gliss si cambiano di posto, alternandosi agli strumenti. La bella batterista bionda suona il basso come se fosse un prolungamento del suo corpo, una lunga coda di sirena che si muove sinuosa, sembra che la musica le esca direttamente dai pori della pelle.
Restiamo colpiti dalla modestia e dalla bravura dei tre Gliss, parliamo un po' delle loro contaminazioni, sicuramente i My Bloody Valentine e i Black Rebel Motorcycle Club.
I tre se ne vanno dopo aver fatto una decina di pezzi, molto simili tra loro, ma anche piacevoli, un garage rock con melodie vocali molto dolci.
Aspettiamo varie decine di minuti dopo i Gliss, il pubblico comincia a comprimersi nei primi 5 metri di platea davanti al palco. Arriva ancora gente, che si stratifica intorno alle prime file.
Poi arrivano: il bassista prende posto immobile guardando oltre la folla urlante, il chitarrista saluta goliardicamente innalzando un bicchiere di birra oltre la sua lunghissima frangia di capelli, il tastierista inizia un riff d'apertura e il batterista si siede timidamente. Inizia la prima canzone (Mirror's Image) dei The Horrors e il pubblico freme, aspettando l'arrivo del cantante-frontman.
Avevo visto qualche foto su internet, sapevo che erano molto giovani e pieni di capelli davanti agli occhi, ma niente di più. In quell'occasione si presentavano abbastanza semplicemente, con giacche nere, o magliette nere e jeans, niente di troppo vistoso o particolarmente elegante, al contrario di come li descriveva la critica musicale.
E poi il tempo si ferma, si riavvolge su se stesso e veniamo catapultati nella Londra di circa 30 anni fa. Fa ingresso sul palco un'entità di circa 2 metri, pantaloni neri, maglietta nera, giubbotto di pelle nera, stivaletti, capelli sugli occhi, anelli argentati, circondato da un'aura di sfida e rabbia, un'energia compressa sull'orlo di esplodere. Si appoggia al microfono con entrambe le mani, come un moderno Jim Morrison, pronuncia le prime parole della canzone con una voce profonda e calcolata. Si muove sul palco, un ibrido tra Nick Cave, Ian Curtis e il già citato cantante dei Doors. Mi scappa un sorriso: questo poco più che ventenne imberbe sembra scimmiottare esattamente ciò che c'era prima che lui nascesse; sembra ricalcare con precisione i passi e le mosse di chi ha inventato quei passi e quelle mosse decine di anni fa. Però non sembra farlo volontariamente, non ne è cosciente, sembra in realtà che gli scaturisca da dentro, poiché l'unica esperienza che ha consiste in quello che ha visto fare agli altri prima di lui.
Piano piano mi abituo al suo atteggiamento che alla fine rapisce la mia attenzione, inizio a scattare foto. I cinque coinvolgono il pubblico che poga sempre più violentemente, incurante degli altri. Noi rimaniamo fermi, ballettando, incastrati tra due americane oversize e una montagna umana che rimane immobile, imperterrita, minimamente toccata dal delirio di salti, colpi e spinte degli altri.
Gli Orrori dell'Essex eseguono pezzi soprattutto dall'ultimo album, Primary Colours, il grande successo del 2009, e alcuni dal primo, Strange House (2007), che però mostrano un'inferiore maturità musicale e un impatto decisamente più freddo. Nel frattempo il pubblico canta, urla, si scatena.
Gli Orrori dell'Essex eseguono pezzi soprattutto dall'ultimo album, Primary Colours, il grande successo del 2009, e alcuni dal primo, Strange House (2007), che però mostrano un'inferiore maturità musicale e un impatto decisamente più freddo. Nel frattempo il pubblico canta, urla, si scatena.
I pezzi sembrano suonati da disco, nessuna sbavatura o improvvisazione, a parte l'entusiasmo eccessivo di qualche spettatore esaltato che si avventura sul palco per essere immediatamente cacciato e buttato di sotto.
Dopo una pausa di qualche minuto, i cinque rientrano e sorprendono i presenti con una eccellente cover di Ghost Rider dei Suicide, che dapprima spiazza gli ascoltatori, per poi coinvolgerli in un delirio generale, in cui il cantante si scatena muovendosi velocemente da una parte all'altra del palco e avvicinandosi pericolosamente all'estremità, provocando sussulti nelle prime file che gli tendono le mani.
Ci avviamo verso l'uscita con addosso una piacevole sensazione, sicuramente provocata dalla seconda parte della performance, decisamente più coinvolgente e più estrema della prima, fuori dall'ordinario.
Discutendo fuori di lì ci siamo chiesti in che modo gli Horrors possano essere espressione di una dicotomia apparentemente inconciliabile, ma che in realtà è all'ordine del giorno sul mercato musicale contemporaneo. La loro immagine commerciale è sicuramente legata al prodotto discografico che sono diventati, a metà tra un revival dei vecchi miti nichilisti e introspettivi del passato e una omologazione agli idoli delle teenager con frange, trucco pesante e spirito rock costruito a tavolino, che del vecchio rock non ha neanche l'apparenza.
Discutendo fuori di lì ci siamo chiesti in che modo gli Horrors possano essere espressione di una dicotomia apparentemente inconciliabile, ma che in realtà è all'ordine del giorno sul mercato musicale contemporaneo. La loro immagine commerciale è sicuramente legata al prodotto discografico che sono diventati, a metà tra un revival dei vecchi miti nichilisti e introspettivi del passato e una omologazione agli idoli delle teenager con frange, trucco pesante e spirito rock costruito a tavolino, che del vecchio rock non ha neanche l'apparenza.
Complessivamente è stata un'esperienza molto positiva, da consigliare a chi interessa il genere.
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