(American Recordings/Lost Highway)
A sette anni da American V: A Hundred Highways e proveniente da quelle stesse sessions, grazie ad un abilissimo lavoro di Rick Rubin, American VI: Ain't No Grave è il disco al quale affidare il supremo ricordo di Johnny Cash. Certo non possiamo aspettarci atmosfere innovative, ma il timbro è sempre quello giusto: ispirato, profondo, colpisce dritto al cuore.
La titletrack è un'aria dimessa che ci introduce alle altre canzoni (tutte cover -firmate anche da Kris Kristofferson e Sheryl Crow tra gli altri- a parte I Corinthias, una delle ultime composizioni di Johnny Cash) nelle quali domina l'oscurità, l'abbandono: trai temi preferiti del cantautore - Amore, Dio e Morte- è senza dubbio quest'ultimo il prevalente. E' la Morte, poi, che, con un abile gioco di specchi, mostra come sia più sereno affrontare la fina della propria esistenza una volta che si sia vissuta una vita basata sugli altri due supremi valori universale: Amore e Dio.
Ma, per quanto queste tematiche affondino pienamente nella tipica tradizione americana, il nostro Johnny è un rivoluzionario: passando per il momento negativo del peccato, che tutti noi in un modo o in un altro commettiamo, ha sintetizzato tutta la tradizione nella redenzione. E proprio di redenzione ha sempre cantato, aprendo il mondo della musica tradizionale alle figure più deboli (prigionieri, emarginati, assassini, ecc.) e suonando per quelle persone che un sogno americano ormai fallito aveva lasciato da parte come materia inerte, buloni dispersi di un ingranaggio ormai guastato.
In questo senso è proprio lui, Johnny Cash, il nostro redentore, il nostro Cristo sulla croce, che dopo aver vissuto una vita travagliata e aver sofferto le contraddizioni dell'America nella quale è vissuto, si abbandona serenamente alla morte lasciandoci la sua parola: la vita diventa spesso cupa, disperata e macchiata dal peccato, ma proprio vedendo che anche l'altro si trova nella nostra stessa condizione, che è esposto ai nostri stessi rischi, è possibile redimersi aprendosi incondizionatamente alla solidarietà ed all'amore.
13thSpaceman
La titletrack è un'aria dimessa che ci introduce alle altre canzoni (tutte cover -firmate anche da Kris Kristofferson e Sheryl Crow tra gli altri- a parte I Corinthias, una delle ultime composizioni di Johnny Cash) nelle quali domina l'oscurità, l'abbandono: trai temi preferiti del cantautore - Amore, Dio e Morte- è senza dubbio quest'ultimo il prevalente. E' la Morte, poi, che, con un abile gioco di specchi, mostra come sia più sereno affrontare la fina della propria esistenza una volta che si sia vissuta una vita basata sugli altri due supremi valori universale: Amore e Dio.
Ma, per quanto queste tematiche affondino pienamente nella tipica tradizione americana, il nostro Johnny è un rivoluzionario: passando per il momento negativo del peccato, che tutti noi in un modo o in un altro commettiamo, ha sintetizzato tutta la tradizione nella redenzione. E proprio di redenzione ha sempre cantato, aprendo il mondo della musica tradizionale alle figure più deboli (prigionieri, emarginati, assassini, ecc.) e suonando per quelle persone che un sogno americano ormai fallito aveva lasciato da parte come materia inerte, buloni dispersi di un ingranaggio ormai guastato.
In questo senso è proprio lui, Johnny Cash, il nostro redentore, il nostro Cristo sulla croce, che dopo aver vissuto una vita travagliata e aver sofferto le contraddizioni dell'America nella quale è vissuto, si abbandona serenamente alla morte lasciandoci la sua parola: la vita diventa spesso cupa, disperata e macchiata dal peccato, ma proprio vedendo che anche l'altro si trova nella nostra stessa condizione, che è esposto ai nostri stessi rischi, è possibile redimersi aprendosi incondizionatamente alla solidarietà ed all'amore.
13thSpaceman

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